martedì 30 luglio 2013

LO STRANIERO

Sul doppio numero estivo de LO STRANIERO la recensione di Goffredo Fofi.






In mezzo a molte opere generiche e trasandate, anche quando piene di buona volontà, ci sono in Italia fumetti, cioè graphic novel, di alta qualità, diversissimi a volte tra loro ma caratterizzati dal rigore e dalla originalità sia del segno che della sceneggiatura. Quest’opera recente del piemontese Marco Corona, autore sapido e versatile di opere lunghe e opere brevi (racconti – e ci piacerebbe ospitarne uno su queste pagine) di cui assicura sia le “parole” che la “musica”, e cioè sia il testo che le immagini, è per più aspetti sorprendente. Per il taglio realistico del fondo – ci troviamo di fronte a una sorta di sinfonia della capitale, affrontata per successive perlustrazioni (anche e proprio turistiche) e per divagazioni storiche con una base ora realistica e ora del tutto irrealistica – a dimostrazione di quell’odio-amore, di quella mescolanza non scioglibile tra fascino e disgusto di cui conosciamo la lunga storia che ha caratterizzato almeno dal tempo dell’Unità i rapporti tra province nordiche (e galliche) e centro papista e soprattutto tra il piccolo e consuetudinario regno dei Savoia e la Città Eterna (tra le “due città” del torinese Soldati…). Il fumetto di Corona rientra assai bene in questa tradizione, ma in modi decisamente nuovi e odierni, e oscilla, prendendosi in giro, tra pregiudizio ovvietà rifiuto e visionaria acutezza. A sorprendere è anzitutto il segno, l’impasto organico e limaccioso di segno e di colore che raramente si raggruma in forme definite, dentro un continuum materico da cui si distaccano solo parzialmente figure – grottesche, animalesche e caricaturali, quasi liquide, sgocciolanti, come incapaci di rassodarsi in forme definite – che si accorpano intorno a monumenti invece più solidi, fatti di pietra e di marmo del passato. Una Roma-persona, organismo cialtrone che si forma e deforma e che accoglie turbe e folle scomposte, melmose, appiccicose.  L’immaginato e l’esperito si fanno la guerra ma è il sogno (l’incubo) a prevalere, in una sorta di viaggio notturno dentro le viscere di una civiltà alquanto oscena, che ricorda film felliniani come  Roma e il Satyricon, ma senza la morte, dentro un organico blobbesco che sembra riprodursi all’infinito.        

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